2002 - Cison, un borgo ed un castello di Giancarlo Follador

Cison, un borgo ed un castello. Una delle strutture più affascinanti dell'Alta Marca Trevigiana. Il Castello, con i suoi Conti, ha dominato per secoli la sua storia, talvolta avvincente e dinamica, tenebrosa, altre volte liberale, su un territorio donato dalla Serenissima Repubblica di Venezia ai Brandolini da Bagnacavallo per pagare gli onerosi servigi di guerra. E sotto il castello un borgo, che nel tempo si è arricchito, merito dei signori, di palazzi, di case decorose dipinte di rosso quasi pompeiano, per distinzione di proprietà, sulle cui facciate non poteva che troneggiare lo stemma di casa pieno di scorpioni, e di povere casupole di pietra del Rujo, di servi dei padroni, dei salariati, fittavoli, mugnai dalla facci sempre bianca, di tanti e tanti artigiani del legno, del ferro, della lana. Assieme ai contadini al servizio di Sua Signoria Eccellentissima il Conte, che con fatica sudavano sopra una terra spesso povera ed avara di speranze di raccolti abbondanti, l'anima matrice del tempo che teneva il borgo vivo e rumoreggiante, sapente nella fantasia e nell'operosità incessante, era nelle botteghe, dove le mani callose, scure, doloranti, battevano i pesanti martelli sulle incudini per forgiare, a regola d'arte tutto quello che era necessario all'uomo vocato o costretto alla terra, al carraio, al bottaio, e altre mani, delicate e vellutate di donne chine per intere giornate sui telai a tessere tele per i ricchi e per quei poveri sempre in lotta viscerale per la sopravvivenza. Se per il contadino, oggi si chiama imprenditore agricolo a tutti gli effetti, servo del Conte di lassù in castello, dominante e dominatore, il tempo era scandito dalla pioggia, dal vento, dal freddo, dalle calure estive sempre stagioni permettendo, nelle botteghe del borgo, quel tempo era inesorabilmente scandito dalle ore del campanile, sempre in grado di diffondere il suono della campana in tutta la vallata.

ra spesso frenetiche per sfruttare in pieno la luce del sole, quella luce che nei lunghi inverni poteva essere avara, e che, a fatica, poteva penetrare in quelle stanze non sempre salubri e confortevoli per poter svolgere un lavoro. Sassi alle pareti e terra battuta come pavimento. E se una moltitudine di uomini e donne, legati esclusivamente alla terra, erano pagati da Sua Eccellenza per taiar e laorar polon, far legne in te'l bosc, laorar ort e broli, in cusina a far pan, in caneva, tei pra a segar, restelar, semenar, zherpir, vendemar, a far ròste, a oselar, varnar le bestie te la stala, altri - e siamo a cavallo fra il seicento e il settecento, quasi da uomini liberi, come si è detto prima, in affitto o in proprio erano in grado di svolgere altre attività compensative per far muovere la vita del contado.

Grazie a Madre Nature il Rujo, ha abbondanza di acque, tempo permettendo, e così lungo il suo breve corso fioriscono i mulini, i folli, i magli, le segherie: c'è posto anche per i garzoni che vogliono imparare il mestiere.

Ma al di là degli opifici c'è un altro mondo dell'arte cosiddetta artiera. Altri uomini dediti a una variegata e pittoresca funzione artigianale acquistano spessore all'interno della comunità: sono i selari, i casari, i spezieri, i pistori (fornai), i mureri, i coverzadori da paia (costruttori di tetti in paglia), i coverzadori da laste (costruttori di tetti di pietra), i foladori (foladori di panni in lana), i botari, i tesidori, i saroti, i tornitori, i candelabri (fabbricanti di candele), i bandèri, i calegari (ciabattini), i doratori, i bechèri, i scorzeri, (conciacapelli), i taiapiera, i fornasieri (fabbricanti di mattoni), i pignàteri, i polari (costruttori di pozzi), i stagnini e i cartai.

Dunque un mondo effervescente, dinamico, nel quale routine, fantasia e professionalità si frammischiano e s'intrecciano, tanto da far diventare Cison, un borgo sotto il castello, ma un centro propulsore per l'intera vallata e il contado.

Se tutto questo fa parte ormai della storia e della memoria degli uomini che ci hanno preceduto in questi secoli, l'odierna civiltà, nella sua folle corsa alle innovazioni tecnologiche, non è ancora riuscita a distruggere l'anima e la vocazione dell'uomo artigiano. Finché sopravvivrà non solo la nostalgia per le cose di un tempo, ma la fantasia creatrice e la voglia morbosa di manualità, saremo ancora in grado di creare o ammirare manufatti unici, i soli capaci di incarnarne la personalità di colui che li ha creati. 

E per dare il giusto spazio a questo Artigianato Vivo, Cison propone per la ventiduesima volta una rassegna che fa muovere una ruota, come un corso d'acqua, l'intero paese, trasformandolo in una musica di colori, di immagini artistiche, di nuovi messaggi. E questa manifestazione è stata nel tempo, un continuo crescendo, non solo per la massiccia partecipazione degli artigiani coinvolti, ma per l'onda d'urto di migliaia di visitatori, attratti da questo magico mondo dei manufatti. La formula scelta, di animare le vie, le piazze, le case, le chiese, e tutto quello che urbanisticamente ha a disposizione, si è rivelata vincente. Il risultato è un festoso abbraccio alla storia del borgo con la cultura materiale, per non lasciar morire, soprafatto dalla storia odierna troppo ingombrante e piena di eventi simultanei, lo spirito dell'uomo che era.

E' difficile lasciare alle spalle un mondo passato che in qualche modo, nostalgicamente ci affascina, ma è un errore fermarsi in quest'ottica contemplativa. L'artigiano deve sopravvivere, anzi vivere nel contesto dei tempi moderni, accogliendo gli stimoli innovativi, rifiutando quelli proposti dalle mode che hanno vita di una giorno. 

Credo che la fortunata manifestazione di Cison di Valmarino, sia in grado di offrire una risposta.

Giancarlo Follador

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