2010 - Daniela Perco

Il sapere delle mani. Trent’anni di “Artigianato vivo” a Cison di Valmarino.

Il termine artigianato definisce un'attività economica finalizzata a produrre beni e servizi non seriali, nell’ambito di un contesto familiare o attraverso un numero ridotto di operai, secondo un ciclo di lavoro in cui l’operare con le mani è un elemento centrale. L'artigiano è infatti colui che, quando crea un oggetto, si impegna in modo diretto con strumenti propri, ricorrendo in prevalenza alla manualità.

“ La mano – scrive Henri Focillon -è azione: afferra, crea, a volte si direbbe che pensi. In stato di quiete, non è un utensile senz’anima, un attrezzo abbandonato sul tavolo o lasciato ricadere lungo il corpo: in essa permangono, in fase di riflessione, l’istinto e la volontà d’azione, e non occorre soffermarsi a lungo per intuire il gesto che si appresta a compiere” (Elogio della mano, Parigi 1934).

Nella società tradizionale preindustriale la mano e la mente, il fare e il rappresentare erano strettamente legati. Questo “saper fare” comportava una profonda conoscenza da parte dell’artigiano, ma anche del contadino, della materia, degli attrezzi, delle tecniche corporee e una valutazione attenta dei tempi e del contesto sociale ed economico.

La trasmissione di questo patrimonio di conoscenze era in gran parte legato all’osservazione e all’esperienza. L’apprendistato era una fase fondamentale nelle botteghe artigiane: provare e riprovare, incorporando un po’ alla volta i segreti di un mestiere, cercando di fondere tradizione e innovazione.

Imparare praticando presupponeva un impegno totale del corpo: osservare “robar coi oci”; ascoltare il rumore degli strumenti, il suono della materia; toccare per valutare consistenza, forma e calore; sperimentare con l’olfatto il procedere corretto delle diverse fasi di lavoro; intrattenere con la materia e gli strumenti che la modellavano un rapporto vivo e continuo. Ricordo le parole di un falegname che, descrivendo i suoi attrezzi, sottolineava l’importanza di sapere scegliere il legno giusto per le impugnature, perché le mani e lo strumento diventavano una sola cosa; raccontava con grande perizia le sottili differenze tra le diverse essenze legnose, l’importanza della stagionatura, del rumore del legno durante la lavorazione e molte altre cose.

Fabbri, scalpellini, tessitori, cestai, falegnami, sellai, bottai, carradori, seggiolai, vetrai, maniscalchi, ramai: infinite specializzazioni, che si traducevano tra l’altro in una grande varietà di attrezzi, di cui oggi a mala pena sappiamo intuire la funzione. La non competitività sul mercato di queste attività, in una società come la nostra votata a scavare un solco sempre più profondo tra il fare e il rappresentare, le ha di fatto relegate nel passato, affidando, nel migliore dei casi, ai musei, la conservazione degli strumenti e la memoria delle tecniche.

“Il lavoro manuale – scrive Richard Sennett, (The Craftsman -l’uomo artigiano, Feltrinelli 2008) – contiene tutta l’etica di cui abbiamo bisogno, non solo perché “è mosso dalla curiosità, sa temperare l’ossessività, apre il lavoratore all’esterno, ma anche perché esso si svolge all’interno di un contesto di cooperazione, anziché di esasperata competitività individuale”.

La sfida del futuro è proprio nell’artigianato, nel saper formare e motivare i lavoratori in modo da adattarli al cambiamento del mercato. Accrescere e diffondere le competenze, come avveniva nelle botteghe artigiane del passato, favorendo il dialogo tra esplorazione e maestria.

La rassegna “Artigianato Vivo”, nella suggestiva cornice di un paese prealpino che ha saputo conservare la sua anima più vera, ci ha permesso, nell’arco di trent’anni, di entrare in contatto diretto, di conoscere, di osservare artigiani al lavoro. Artigiani, che sono diventati protagonisti di un evento sempre più partecipato, che sono stati valorizzati nelle corti, nelle strade, nelle botteghe.
L’elogio del lavoro manuale, del buon lavoro fatto con arte, intelligenza, sapienza e conoscenza, contro ogni pregiudizio negativo, ha caratterizzato nel corso del tempo la manifestazione, senza mai perdere di vista il presente.

Mi auguro che “Artigianato vivo” diventi un’occasione per proseguire anche su strade diverse, attente alla trasformazione sociale, in cui la scuola e l’apprendistato riacquistino la loro centralità. Una scuola che partendo dalla conoscenza tecnica e stilistica del passato, consenta agli artigiani di affinare una cultura estetica, che spesso hanno perduto.

Daniela Perco

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