2013 - Toni Capuozzo

Toni Capuozzo a Artigianato VivoCi sono stato, una volta, a Cison di Valmarino, nei giorni di Artigianato Vivo. E mi è sembrato di fare un viaggio molto più lontano, nel tempo e nel mondo. Nel tempo perché vedere non solo i prodotti dell’artigianato, ma le mani che lo lavorano, le botteghe con gli strumenti e i materiali mi ha riportato indietro, agli anni dell’infanzia. Quando attorno al cortile in cui sono cresciuto, le botteghe, i rumori, le voci sembravano l’edizione quotidiana del presepio meccanico che i frati allestivano a Natale, e che ci lasciava a bocca aperta, con il ruscello che faceva girare la ruota del mulino, il falegname che piallava e il pastore che muoveva il braccio per radunare il gregge.

Attorno al mio cortile c’era un maniscalco, dove sostavano i cavalli che avevano appena trainato i carri al mercato della frutta e della verdura. Il maniscalco era un uomo grande e grosso, avvolto in un grembiule di pelle che ne accentuava l’imponenza, e menava con forza e precisione dei gran colpi sull’incudine, schizzando scintille. Ricordo ancora l’odore degli zoccoli bruciati dal ferro rovente, e la forma dei chiodi che fissavano i ferri.

C’era un droghiere con il grembiale nero, alto e magro, che mescolava polveri e liquidi come un mago, perché allora non c’era nulla di pronto, niente in serie, e anche i saponi erano senza involucro di carta, e spandevano un profumo di pulito. C’era un omino piccolo e abile, che tagliava i teloni delle tende con grandi forbici, maneggiandole come fossero uno strumento musicale, e la tela, al taglio, faceva un rumore netto e limpido.

C’era un merciaio calvo e rotondo, e quando morì noi ragazzini sentimmo dire che era così perbene che in vita sua non era mai finito una volta sul giornale (adesso succede il contrario, vogliono finirci tutti). C’era un gelataio cadorino che si chiamava Alfredo e mescolava nei bidoni dei gelati come se ogni volta dovesse rovesciare il mondo, un macellaio che troneggiava su un legno enorme e segnato da coltelli e pestelli, e c’erano meccanici che lavoravano a rettificare pezzi in un odore di ferro e limatura. L’odore della falegnameria era un profumo, e il panettiere in bicicletta spargeva una scia che faceva venire fame. Era un mondo di mani e di voci, niente era pronto subito, tutto chiedeva un po’ di fatica. Ma sentivi cantare i garzoni, e i muratori che si lavavano in un bidone pieno di acqua grigia, a fine giornata. Non so, ma a me sembra che fossimo felici, nonostante tutto.

Ho visto anche posti lontani, e non sempre felici. Ma mi ha sempre restituito qualcosa vedere mani che intrecciano un tappeto, mani che incidono un vassoio di rame, che modellano un vaso, che infornano un pane. Non che sia contro le macchine, che ci hanno migliorato la vita, ma anche illuso un bel po’, e ingannato le mani (io batto ancora su questa tastiera da computer facendo un po’ di rumore, perché ho imparato su macchine per scrivere, i miei figli sfiorano i tasti, sono digitali. Va bene le dita, ma le mani ? ). Non è solo il fatto che si sono persi posti di lavoro, che non c’è più il bigliettaio, è che, eliminando la fatica, si elimina anche la buona stanchezza, e vai a dormire che solo la testa è stanca, e i sogni non sono gli stessi, neanche la domenica è la stessa.

Per questo mi piace che non tutti i mestieri scompaiano, che ci sia ancora qualcuno che crea, con le sue mani, cose che non sono mai identiche a se stesse. Va bene, oggi buttiamo via tutto, nessuno sa aggiustare qualcosa di rotto, o costa meno comprarlo nuovo. Saliamo nelle case in ascensore, e poi andiamo in palestra per dimagrire. La cucina sembra una sala operatoria, tutto un frullo e spela, uno sbatti e centrifuga, ma sfido chiunque a dirmi che spendere tre quarti d’ora per girare una polenta non sia tempo restituito a noi stessi, e a una polenta come si deve.

Certo, nessuno impara più a fare il calzolaio, i meccanici non tendono più l’orecchio per sentire il canto stonato del motore ma collegano un computer all’automobile, i medici non ti guardano più negli occhi ma ordinano esami a raffica. Ma conservare l’abilità delle mani non è solo un omaggio alla memoria, come certi attrezzi agricoli alla parete, certe ruote di carro che diventano lampadari, e allora vuol dire che sei in un agriturismo, ma il mondo contadino è finito. Conservare le mani vuol dire mantenere un equilibrio non solo con il passato, ma anche con il futuro, altrimenti diventiamo come le balene che si arenano sulle spiagge, perché hanno perso il senso dell’orientamento, il senso della vita.

Va bene, viva la comodità, viva la razionalità. Ma se non vogliamo vivere in serie, teniamoci strette mani e volti e storie come quelle che affollano i cortili di Cison, una volta l’anno da tanti anni, e anche quest’anno.

Toni Capuozzo

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