2008 - Artigianato Vivo come Arte Totale di Giorgio Mies

Il motto di Gropius del 1919 alla Bauhaus tedesca di Weimar: "Architetti, scultori, pittori dobbiamo tutti tornare all'artigianato" non era solo un programma di insegnamento: era la ferma certezza che bisognasse diventare degli "uomini totali", ossia capaci di essere allo stesso tempo operai, artigiani e perfino creatori pur di saper affrontare le sollecitazioni imposte dalla nuova era tecnologica.

Di fronte alla deprecabile alienazione dell'uomo dalla natura causata dalla crescita dell'industrialismo, con la conseguente feticizzazione delle merci, del denaro e delle persone, l'homo economicus si era messo alla ricerca di una nuova idea di artisticità in base alla quale, superato il vecchio dualismo tra arte e tecnologia, l'arte si identificasse con la vita stessa, attraverso tutto ciò quindi che essa può portare alla conoscenza e trasformazione del nostro vivere quotidiano.

In altri termini, dal concetto di "oggetto bello", come puro fatto estetico, si era passati a quello di "oggetto vero", in funzione dell'uso quotidiano che se ne fa; approfondendone poi il significato, si è pervenuti ad un nuovo approccio conoscitivo per cui esso, scaturendo dall'interno di una società in movimento, viene percepito e comunicato nei secoli come espressione di civiltà: tutti gli oggetti prodotti dall'uomo quindi sono i "segni" della nostra storia e in quanto tali, al di là di ogni giudizio di graduatoria in relazione alla loro importanza od originalità, hanno quantomeno il diritto di essere riscoperti e valorizzati come documento storico.

La Rassegna "Artigianato vivo" di Cison di Valmarino, giunta quest'anno alla sua XXVIII edizione, è il "segno" più recente della storia di questo centro pedemontano dell'Alta Marca Trevigiana; sicuramente anche il più esaltante perché originato dalla sapienza creativa delle generazioni passate che, di parola in parola, di scritto in scritto, di gesto in gesto viene tramandata a quella presente: una cultura viva e vitale che qui vanta una illustre tradizione.

Le testimonianze più appariscenti di tale civiltà millenaria sono davanti agli occhi di tutti, impressi nel paesaggio nel corso dei secoli quali contrassegni inconfondibili ed ora proposti come valori irrinunciabili al turista moderno culturalmente avvertito, che li cerca e di cui ha tanto bisogno.

Già i resti murari ed i numerosi reperti rinvenuti nell'insediamento fortificato tardo romano del Monte Castellazzo a nord di Cison, a ridosso delle Prealpi Bellunesi e lungo l'importante diramazione militare della Claudia Augusta Altinate, testimoniano di una antica cultura popolare di estrazione silvo-pastorale basata su un rapporto equilibrato tra uomo ed animale, tra uomo e bosco, che si manifestava con quotidiani "gesti di cura": trattare le bestie, lavorare il latte, tagliare il fieno e gli alberi, mettere le trappole per gli animali selvatici e nocivi.

Dopo il Mille, i Da Camino costruiscono una nuova fortificazione su uno sperone di roccia "in costa" per controllare meglio l'intera Valmarena; i Brandolini nel Cinquecento, e poi nel Settecento, la tramutano da austero organismo difensivo in elegante dimora signorile, caratterizzata da una bella facciata scandita da bifore e trifore a doppio ordine, con un teatro all'interno ed un parco ricavato negli spalti per i sollazzi e i piaceri di dame e gentiluomini.

Tra Sei e Settecento Cison di Valmarino, capoluogo politico della Contea, registra un consistente sviluppo edilizio che lo fa diventare centro importante della Vallata, con austeri palazzi che si affacciano sulle piazze e rustiche abitazioni lungo i vicoli selciati che si aprono sulle corti, tra suggestivi portici e poggioli di pietra o legno.

Le chiese campestri di S. Daniele, S. Silvestro, S. Felice e S. Lucia, ricordate ancora nella visita pastorale del vescovo Trevisan del 23 aprile 1475 vengono ristrutturate; l'arcipretale di S. Maria Assunta viene pressoché interamente ricostruita, diventando un "unicum" dal punto di vista iconografico e decorativo non solo per i marmi preziosi, gli stucchi policromi e le statue che la ornano, ma soprattutto per il notevole ciclo di dipinti che custodisce.

Come ha scritto l'abate Bernardi nel 1851, è cosa onorevole e cara che, tranne poche eccezioni (il monumento funebre di Guido VIII Brandolini, notevole complesso scultoreo del Baratta, la splendida pala del Fontebasso nella cappella di San Giuseppe e l'imponente altare maggiore del Marchiori, allievo del Brustolon), sieno di Cison propriamente o della vallata coloro che operarono nell'erezione e l'adornamento di essa (Paolo Gremsl - fratello del noto pittore Mathias alla corte dei Brandolini - l'architetto, Egidio Dall'Oglio, allievo del Piazzetta, il pittore che ha eseguito un sì ragguardevole ciclo di affreschi e pale d'altare, Marco Casagrande di Campea di Miane, allievo del Canova, l'autore delle statue di entrambe facciate, oltre ai due grandi angeli sulla balaustra del coro, ed Antonio Bianchi di Follina, che ha scolpito nel marmo i due angeli ai lati del tabernacolo).

Tale sviluppo dal punto di vista urbanistico continua anche nell'Ottocento, favorito dalla attività molitoria lungo la valle del Rujo, riscoperta in questi ultimi decenni attraverso dei percorsi attrezzati, noti anche come "sentieri della memoria", motivati da ragioni turistiche, che però tengono in grande considerazione le finalità culturali e didattiche ad essi collegate.

In quest'ottica di continuità tra passato e presente, grazie agli aiuti comunitari, ma soprattutto al lodevole impegno delle associazioni che si sono fatte carico delle problematiche della tutela, salvaguardia e valorizzazione ragionata di Cison e della Vallata, si può ben dire che "Artigianato Vivo", come grande laboratorio-officina permanente, ha sostituito le astratte categorie storiche, artistiche e demoetnoantropologiche con la "pulsante vivezza della storia".

Giorgio Mies

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