2009 - L’antica sapienza della mano di Luciano de Giusti

Camminando un giorno per una delle stradine che dal centro di Cison portano verso nord alle vie dell’acqua, mi tornò alla mente uno degli ultimi interventi televisivi di Pier Paolo Pasolini. Il lampo del ricordo scattò quasi certamente per analogia: anche il poeta in quel filmato camminava per una stradina, un sentiero dal selciato sconnesso, ai margini dell’antica città di Orte.

Alla macchina da presa che lo seguiva diceva che, al cospetto di grandi opere d’arte e importanti reperti storici, un viottolo come quello era certo un’umile cosa. Ma, in quanto opera anonima del popolo, aveva lo stesso valore della poesia popolare e, come tale, andava difesa con lo stesso rigore e accanimento con cui si difende l’opera di un grande autore. Era allarmato dalla situazione «irrimediabile e catastrofica» in cui versava gran parte del paesaggio italiano, devastato da uno sviluppo scambiato per progresso. Lui, che teneva ben distinti i due termini, non poteva immaginare cosa sarebbe avvenuto nei decenni successivi a quel 1974 dal cui fondo parlava, quale scempio sarebbe stato consumato a danno dell’ambiente in cui era cresciuto.

Consola, almeno, sentire che oggi la sua invocazione risuona nella voce di un altro grande poeta, come Andrea Zanzotto, che si erge a difesa di quel che resta del paesaggio, minacciato da un ingoiante «progresso scorsoio»; o in quella di un regista come Ermanno Olmi che, presentando il suo documentario Terra madre, ci esorta, senza paradosso, a tornare all’antico quale forma di vero progresso. Non è semplice nostalgia del tempo perduto, innescata dai timori per un futuro incerto, né puro desiderio regressivo di rituffarsi in un passato rassicurante. In questa esortazione c’è piuttosto la consapevolezza di essere giunti a una soglia oltre la quale nessun ritorno sarebbe possibile. Nel modello di sviluppo sin qui perseguito - ci avvertono quelle voci - il rapporto tra costi e benefici si è capovolto, producendo uno squilibrio di bilancio: le perdite ormai superano i profitti.

L’abbaglio delle cose nuove con i loro lustrini mette in ombra quel che va perduto, il prezzo nascosto di ogni nuova acquisizione. E nell’elenco delle perdite devono essere incluse anche le forme di sapere. Una di quelle più a rischio è il sapere della mano che la produzione seriale relega a meccanica esecuzione digitale. Se il momento è propizio per un ritorno sui propri passi, non c’è ritorno più radicale di quello che risale all’atto remoto della mano che trasforma una risorsa materiale, offerta dalla natura, in una forma funzionale alla vita.

Una manifestazione come “Artigianato vivo”, che ogni anno anima le vecchie case e strade di Cison, rinnova l’invito a non dimenticare quella forma essenziale di sapere depositata nella memoria della mano, custodita nei suoi gesti. E’ una festa che ne celebra l’insostituibile sapienza, ben visibile negli oggetti che crea quando intaglia il legno, forgia il metallo, scolpisce la pietra, intreccia il giunco, incide la lastra. Nei “manufatti ad arte” cui dà vita, la mano che afferra e sagoma, piega e plasma, compie il miracolo di imprimere nella materia, duttile o caparbia, tutta la conoscenza del mondo che ha accumulato in un tempo immemorabile.

Luciano De Giusti
Maggio, 2009

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