1995 - Toni Basso

L'ondulato profilo delle Prealpi, che tramonta fa da sfondo alla provincia di Treviso, corre per un lungo tratto inviolato da grosse strade. Le due che convergono alla città capoluogo, sono a levante l'Alemagna che scende dalla Sella del Fadalto, e a ponente la Feltrina che alla stretta di Quero si accosta al corso della Piave.

Il tempo, gli uomini e gli avvenimenti che nei secoli sono scesi lungo queste vie, superata la barriera prealpina sembra non si siano dati tanta cura di quanto si andava vivendo nel territorio compreso tra di esse strade e il  Montello. I paesi della Pedemontana compresi tra Valdobbiadene e Serravalle sono così potuti rimanere tagliati fuori dall'andarivieni dei traffici, lasciando pressochè indisturbato il sedimentare di antiche consuetudini, almeno  fin quando l'automobile non ha ridotto le distanze e stravolto i percorsi.

Sui bassi pendii della montagna, dove i pascoli cedono luogo ai vigneti, cominciano ad apparire le case costruite con sassi grossolanamente squadrati. È questo il materiale edilizio largamente impiegato non solo per le case degli uomini, ma anche per i ricoveri degli animali, per i muriccioli delle aie, dove si accedeva passando sotto grandi archi, dei quali alcuni sono ancora conservati.

Al centro dei paesi un'edilizia più recente ha steso uno strato di intonaco sulle facciate delle costruzioni più importanti: la chiesa, il municipio, le scuole, il palazzo del feudatario e le case mezzadrili delle sue possessioni, per consentire l'identificazione e l'esibizione delle proprietà dal colore degli edifici e dallo stemma nobiliare che vi erano dipinti.

Nella zona settentrionale di questo territorio il feudo più importante fu quello di Valmareno, tenuto prima dai Caminesi e poi dai Brandolini d'Adda. La famiglia innalzò il proprio Castello sullo sperone roccioso del Col de Moi, in una posizione strategica che domina l'alta valle del Soligo, chiamata la Vallada, e sovrasta l'abitato di Cison.

Il paese è percorso dal Ruio, un torrente che affluisce poi nel Soligo, e che scende dalla Valle di San Daniele, dove ogni anno i Cisonesi, nella festa di San Marco, salgono fino al capitello di sant' Antonio per salutare la primavera con una colazione sui prati disseminati di un gentile e profumato fiore violetto.

Ero arrivato a Cison da pochi giorni, dopo che il bombardamento del 7 aprile 1944 aveva mosso l'esodo massiccio da Treviso. Per la prima volta qualcuno volle trascinarmi in quella festa, impietosito dell'angoscia che doveva trasparire sullo sguardo dei miei occhi. Man mano che salendo ci si lasciava alle spalle le case, la campagna ondulata e le fronde degli alberi ricomponevano uno scenario che evocava alla mia memoria il paesaggio di avventure conosciute sullo schermo del cinema.

L'acqua trasparente e incalzante scivolava tra i sassi con rimbalzi e tuffi, nascondendosi come una vivace fanciulla in un gioco d'amore, ma lasciando scoprire la sua presenza dal suono dei movimenti, Tutto ciò esercitava sulla mia adolescente curiosità una seduzione avvincente. Nella forzata vacanza scolastica, le lunghe ore dei giorni conducevano spesso lungo il corso del torrente a esplorare l'itinerario tra i castagni, rinnovando in solitarie cavalcate le imprese degli eroi del Far West.

Un giorno dovetti fermare il mio immaginario cavallo al cospetto di uno scenario imprevisto e stupefacente. L'acqua raccolta in una canaletta, limpida e veloce, era condotta dietro una casa per essere poi lasciata precipitare su una ruota di legno che girava e che restituiva in un tonfo fragoroso al greto sottostante. Era il mulino di Cencio Ciàe.

Ebbi poi modo di conoscerlo e frequentarlo quel mulino quando, con meno avventurose escursioni, giungevo fin lassù a portare il frumento che ci era stato assegnato in sostituzione dei un certo numero di razioni di pane. Con una carriola che mi prestavano andavo a Campomolino nel granaio dei Floriani dove tenevano il frumento a essicare, per prelevarne ogni tanto qualche chilo, e portarlo quindi fin lassù da Cencio Ciàe. Con la farina che il mugnaio ci dava mia madre faceva il pane in casa nel forno della cucina economica, aggiungendoci anche la crusca perchè così di pane ne veniva di più. C'era anche un altro mulino, più vicino e quindi più comodo da raggiungere, proprio a Campomolino ed era quello dei Fiorin, che aveva la ruota sempre sul Ruio. La "resa" però che dava in farina e crusca risultava meno conveniente, e con la fame che ci trovavamo addosso allora bisognava stare attenti a tutto.

L'acqua del torrente raggiungeva quindi la Latteria Brandolini, dove i  contadini portavano il latte all'ammasso. Li fabbricavano burro, formaggio e puina, e con lo scolo che ancora avanzava alimentavano i maiali di una porcilaio lì vicina.

Il latte invece veniva portato con un grosso bidone nel negozio in Piazza dove, dopo una lunga attesa "in coda" ed esibendo la "tessera" che mi pare venisse perforata, la signora Vittoria dai capelli crespi e rossicci, distribuiva le razioni spettanti a ciascuno. Chi aiutava la Vittoria a issare sul banco il bidone del latte aveva diritto ad essere servito per primo, saltando in testa alla coda.

La carestia di generi alimentari era anche accompagnata dalla penuria di moneta spicciola, per cui la Vittoria aveva pensato bene di sopperire alla necessità di dare il resto rilasciando dei fogliettini di carta con il suo timbro rotondo nei quali erano segnati i valori correnti di cinque, dieci, venti e cinquanta centesimi. Questi biglietti ovviamente venivano poi utilizzati per successivi pagamenti nel negozio come si trattasse di valuta emessa dalla Banca d'Italia.

Nello stesso stabile c'era anche il Fornaio Pin: alla sua bottega si accedeva da un vicolo che si apriva sul fianco destro. Anche qui le code non mancavano, ma d'inverno non mi dispiaceva trovarmi in testa alla fila per aspettare che il pane venisse sfornato, intanto perchè il negozio-laboratorio era naturalmente riscaldato, e poi perchè potevo così assistere allo spettacolo - che tale per me era - della panificazione. Non fu certo uno spettacolo, ma una lacerante indimenticabile esperienza quella cui assistetti un pomeriggio quando all'imbocco di quel vicoletto vidi ammazzare a bruciapelo con una scarica di mitra, da un soldato tedesco appena arrivato con la motocicletta, il padre di un ragazzo della mia età. Quest'uomo era l'attore principale di una compagnia teatrale che aveva piantato la baracca nella piazza di Cison e stava dando una serie di spettacoli. L'attività del Carro di Tespi rimase paralizzata, la baracca venne un po’ alla volta rimossa, i teatranti dispersi, e con essi anche quel ragazzo che avevo visto interpretare il Fornaretto di Venezia, e che per non so quanti giorni dopo la sciagura avevo cominciato a frequentare con l'ammirazione per il grande attore che pensavo sarebbe diventato da grande. Non lo rividi mai più.

L'artigiano che per primo mi ammise nella sua bottega fu Arcangelo Possamai, chiamato "Farsorin" perchè tra le varie mansioni di fabbro dovette certo aver avuto anche quella di riparare le padelle di cucina chiamate appunto farsore, Il Signor Arcangelo aveva il laboratorio in Piazza, non lontano dalla locanda, alla quale soprattutto accudivano la moglie e le figlie.

Dopo la Farmacia del Dott. Pagotto, nel rientro di un cortiletto si apriva la sua fucina. Fu lì che vidi per la prima volta il ferro arrossare fino al colore del carbone, illuminato dal soffio di un mantice che Farsorin mi concedeva di attivare girando una manovella.

Certamente più teatrale era l'altro di Gigio Nicaretta, nella zona bassa di Cison, che si apriva oltre un cortile cui si accedevaattraverso un grande arco. La luce veniva solo dalla porta d'ingresso o forse anche da una finestrella in alto; il locale doveva sembrare più scuro di quanto in realtà non fosse perchè il pavimento era nero; sicuramente c'era polvere di carbone, credo anzi che il pavimento fosse di terra battuta, per cui è immaginabile quale potesse essere il suo aspetto. Gigio era un uomo corpulento, tale almeno mi sembrava, e l'aspetto veniva reso ancora più imponente dalla agilità e forza con cui assestava sull'incudine i colpi di mazza al ferro caldo appena tolto dal fuoco.

Una volta ebbi l'impressione di entrare nella riunione di una società carbonara. ero venuto per chiamare i miei fratelli che erano là con Gigio e altre persone a porta chiusa. Sul focolare del caminetto acceso a fuoco lento v'era una gran caliera di rame, di quelle che si usavano per fare il bucato; il coperchio di legno era sigillato con creta tenuta bagnata da stracci, ma sul centro si innalzava un tubo sottile di rame che, scendendo poi come la chiocciola di una scala, si immergeva proprio con questa parte in un bussolotto
di acqua, per uscirne finalmente con un beccuccio dal quale gocciolava un liquido trasparente che veniva raccolto in bottiglie.

L'officina di Gigio si era trasformata in una distilleria clandestina di graspa da scambiare poi al mercato nero con sigarette. Dai discorsi che circolavano intuii che parlavano di tedeschi e partigiani. I fratelli Chiaradia avevano una falegnameria con molti operai, distribuita su più piani nella casa quasi alla fine del paese. Vi lavoravano anche ragazzi miei coetanei e compagni dei giochi domenicali. Ai padroni dicevo che li dovevo solo salutare, poi mi mettevo a chiacchierare, ma soprattutto a domandare che cosa stessero facendo, cosa fossero gli attrezzi che usavano e perchè e come, e a chiedere che mi facessero vedere meglio, che mi lasciassero a provare, che mi regalassero un ritaglio di legno ch'era là per terra, e che facessero un certo servizio a quell'altro portato a casa il giorno prima ....

Giorni e ore, lontani ormai cinquant'anni, mi ritornano alla mente in questo viaggio dei ricordi al quale qualcuno ha voluto invitarmi, dove si affollano nomi e volti ora fortemente impressi, ora sbiaditi e confusi. Anche perchè, come capita spesso nei paesi, al nome di battesimo cristiano si sovrapponeva quello della consuetudine popolare. Antenore mi fa venire in mente un barbiere, e così Mares un falegname, e Maruso un calzolaio, e Pacifico un bottaio, e Pito un sarto, e Dalla Betta un tipografo, e Poli un fornaio ...

In questo pellegrinaggio della memoria si riaffacciano anche i lavori dei campi, la raccolta delle foglie dei gelsi e il fruscio dei cavalieri nei grisioloni delle cucine, la trebbiatura del frumento nella corte dei Mariani e la pigiatura dell'uva dentro alle cantine dei Brandolin, la raccolta delle castagne della Fratta e dell'uva nelle rive dei Floriani a Rolle. Una scoperta della vita che la città non mi avrebbe certo concesso di fare.

Ma anche l'esperienza della fame, della paura dei tedeschi, della violenza delle armi. E finalmente l'emozione della libertà in un piovigginoso pomeriggio d'aprile mentre facevo la coda per il latte, e vedevo che dalla soffitta del municipio tiravano giù vecchi ottoni della banda per provare se ancora c'era qualcuno che si fosse ricordato la canzone del Piave.

Toni Basso - 1995

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