1997 - Ferruccio Vendramini

Al di là della giusta cornice spettacolare, l’appuntamento di Cison di Valmarino mi consente di fare qualche riflessione su un territorio che mette in evidenza le sue solide radici, immerse in una nobile tradizione storica, tenuta viva dal centro culturale del Mazarol, riflessione che faccio in qualità di presidente dell’Associazione veneta per la storia locale.

L’Associazione ha come scopo statutario di coordinare quanti, pur essendo fuori dalle sedi accademiche, operano nel Veneto sia per lo studio delle vicende storiche delle nostra gente, sia per la difesa, la conservazione e la valorizzazione delle tracce del passato. Non a caso nell’ultimo Convegno promosso dall’Associazione ad Este si è prospettata agli amministratori locali l’idea di istituire le Case della memoria, cioè di salvaguardare, catalogare e mettere a disposizione di studiosi e soprattutto degli insegnanti e dei giovani ciò che resta della società di un tempo, ormai modificata a causa dei profondi rivolgimenti economici e strutturali; dunque non solo carte , ma anche il reperto di archeologia industriale, il prodotto dell’artigianato, il sapere del lavoro e della fatica legato alle tecniche tradizionali.

E qui permettetemi una parentesi: qui conviene essere chiari e ribadire con forza che la storia locale, come viene praticata e come viene intesa dall’Associazione, non si connota per pericolosi e inopportuni recuperi di identità di valore etnico e tribale. No! E non fiancheggia, non ammicca, non giustifica e non si presta a nessun equivoco ruolo ispiratore di recenti fatti di cronaca padana e di movimenti ad essi legati.

In questo caso l’Artigianato Vivo di Cison di Valmarino (con alcune sue iniziative collaterali) è perfettamente in linea con quanto la nostra Associazione propone, ed anzi la scavalca positivamente, poiché, al posto della Casa della memoria, al posto di un museo chiuso, qui è un centro urbano, una intera comunità che si mobilita e si organizza con lo scopo non solo di salvaguardare i suoi distintivi dovuti all’intelligenza di generazioni e al gusto artistico, ma anche di prospettarne il recupero per una produzione e un mercato non residuali.

In effetti penso sia questo il senso più vero della manifestazione: lungi da chiudersi in discutibili e artificiosi revival della società contadina a fini folcloristici o turistici, si compie invece uno sforzo per esporre prodotti di qualità, che ci suggeriscono di pensare lo spazio come un luogo di relazioni e di competenze produttive, componenti essenziali del consenso e del legame sociale.
Una delle obiezioni che vengono rivolte a noi, storici locali, è che l’insistita attenzione verso il territorio sarebbe anacronistica: ormai i fenomeni della globalizzazioni dell’economia sono in fase avanzata e dovrebbero essere solamente questi ultimi processi da studiare senza perdersi nella conoscenza di realtà ininfluenti.

A questa obiezione di solito rispondo che sì, i cambiamenti di livello mondiale hanno toccato anche piccole comunità; ma è proprio per questo che occorre individuare quali contraccolpi si stanno verificando nell’ambiente in cui si vive, quali sono i caratteri specifici e concreti, non solo generici e teorici, delle trasformazioni in atto, e quali sono gli aspetti più negativi da cui guardarsi e opporsi. Per capire meglio tutto ciò bisogna avere anche delle conoscenze non occasionali sulla storia della società del passato. C’è insomma da esercitare una vigile attenzione su quanto sta avvenendo in ogni singolo territorio al fine di contrastare una omologazione che, annullando via via le differenze culturali e comportamentali, metterebbe in pericolo la stessa libertà dell’individuo.

Invece di fare del catastofrismo, terreno che lascio volentieri praticare ad altri, credo che occorra rispondere in modo positivo alle sfide del presente, tenendo gli occhi bene aperti su quanto sta accadendo anche nel nord-est dell’Italia.

Se la comunità della grande fabbrica, permeata dalle logiche stringenti del mercato internazionale avesse il sopravvento sull’anima della comunità urbana e se lo spazio riservato a quest’ultima dovesse essere solo il momento della sagra paesana, allora sì che potrebbe prodursi una frattura irreparabile e insanabile con il passato.

Una vera comunità deve essere costituita da attori sociali autorevoli, che non deleghino ad altri il compito di capire quale sia l’impatto sul proprio territorio della pur inevitabile modernizzazione. E’ stato detto che, al pari dell’uomo, che quando perde la memoria impazzisce, anche il territorio, senza memoria, privo del suo passato e delle sue coordinate, impazzisce; è così che si produce nella gente il senso di sradicamento, di spaesamento. E per evitare la retorica di una idealizzazione del passato va comunque ricordato che anche le società di un tempo erano percorse da problemi gravi, relativi soprattutto alla sopravvivenza, alla fame (chi si ricorda ancora la pellagra che imperversava nelle nostre campagne?), al lavoro e all’esodo migratorio.

Proprio l’emigrazione della fine del secolo scorso mise pesantemente in crisi le comunità del Veneto, disarticolando famiglie e interi paesi. Così dicasi per l’uso improprio delle risorse naturali.

Una rassegna come quella di Cison di Valmarino assume dunque un valore civico e pedagogico: protagonista in piazza è la cultura manuale, il saper fare della nostra gente. E’ un segno distintivo di democrazia. Lo spazio che si rivitalizza non è solo la piazza, luogo per eccellenza destinato alle celebrazioni e alla folla, ma è il portego, il cortile, la cantina, perfino i troi, i luoghi insomma dove si svolge la vita quotidiana della gente comune, dove – non certo solo a Cison – ha sede la bottega e dove la cultura manuale si tramanda. In questi laboratori e atelier, a dimensione famigliare, è favorita la riproducibilità del sapere tecnico ed insieme si sviluppa una sana imprenditorialità. Tessitura, ricamo, decorazione, lavorazione del legno, cuoio, rame, ferro, ceramica, pietra, terracotta. Sono lavori che si possono fare solo se si ha dentro anche un’educazione artistica che consente di raggiungere una produzione di costante medio buon gusto.

Il problema per l’artigianato artistico non è tanto quello di aumentare la produttività tramite l’aggiornamento dei macchinari o altre tecniche di tipo industriale, quanto quello di carattere commerciale, di approccio al mercato e all’acquirente. Da qui la necessità della promozione che non può essere lasciata al singolo produttore. Forse si può fare qualcosa di più anche a livello regionale, sensibilizzandolo ulteriormente le persone verso i prodotti artigianali, magari anche sfruttando meglio il mezzo televisivo, che ora è appannaggio di ben altri settori economici. Questa azione va abbinata ad iniziative che sostengano e affinino sempre meglio la professionalità e l’innovazione da un lato, anche con scuole appropriate, dall’altro facciano conoscere il prodotto fuori delle mura di casa, sfrondando il campo dai troppi vincoli burocratici che deprimono l’artigianato.

Per tutti questi motivi la rassegna di Cison di Valmarino se sarà maggiormente aiutata potrà assumere il senso di un appuntamento strategico, permettetemi questo termine anche se un po’ forte, per la visibilità pubblica di un artigiano che riesce a mantenere forti ancoraggi con questo abbinamento tra artigiano e storia, - concludo ribadendo quanto dicevo prima, - è una risposta concreta e corretta ai problemi dei cambiamenti strutturali in atto. Questa rassegna, in cui si tocca con mano il desiderio comune di non chiudersi in atteggiamenti municipalisti, offrendo anzi all’intera regione un momento di dibattito sulle grandi questioni che caratterizzano questa fine di millennio con poche certezze e molte ombre deve continuare, deve vivere perché questo vuol dire rispetto per il proprio territorio, che è il più sicuro e distintivo segno di amore per la propria terra.

Belluno, Giugno 1997.
Ferruccio Vendramini

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