1998 - Daniela Perco

Cison di Valmarino, così come il territorio antropizzato che lo accoglie, evidenzia in ogni luogo un patrimonio stratificato di saperi tecnici. Le forme dei portoni, la tessitura dei muri, le inferriate alle finestre, le serrature , la disposizione degli orti, le tipologie delle recinzioni, ecc., non rimandando solamente a vicende storiche che hanno interessato il territorio, ma anche a una cultura, nel senso antropologico del termine, che ha visto all’opera generazioni di artigiani.

Nella presentazione di “Artigianato Vivo” del 1985 si affermava che, scopo della rassegna era quello di ritrovare valori e fonti di ispirazione di vita, di dare pregnanza al lavoro manuale, di riscoprire umanità e speranza, rifuggendo tuttavia da nostalgiche riesumazioni del passato.

Non sta a me giudicare, anche perché non conosco così bene la situazione, se questa premessa importante si sia tradotta nel tempo in un progetto organico o se vi siano state talora cadute nostalgiche e atteggiamenti idilliaci.
Ritengo che la ricerca di una continuità tra passato e presente, tra innovazione e tradizione sia uno degli elementi che qualificano o dovrebbero qualificare un avvenimento come questo. Ma, qui sorge la prima questione, conosciamo abbastanza il passato, nel senso specifico del patrimonio complesso di abilità, tecniche, strumenti, forme, tipologie, un passato anche molto recente , di cui le persone più anziane ne conservano ancora la memoria?

L’antropologo Giulio Angioni, che ha dedicato un importante saggio al lavoro tradizionale, intitolandolo significativamente Il sapere della mano, sottolinea la difficoltà di uno studio rigoroso del sapere tecnico tradizionale, dove la capacità di autorappresentazione da parte di coloro che “sanno fare” sono molto ridotte, poiché la trasmissione della conoscenza è implicita, è incorporata nell’ esecuzione. Perciò, secondo Angioni, è necessario render conto proprio delle abilità incorporate, delle capacità acquisite nel fare, depositate nella memoria corporea, in quella specie di memoria operativa che fa sì che il corpo possa operare senza il controllo teso e continuo della mente.

Quanti sono oggi nel territorio di Cison o in tutto il Veneto coloro che sono ancora in grado di trasmettere questa conoscenza implicita, di fare, anziché di teorizzare? L’acquisizione della conoscenza e dell’esperienza costituisce la condizione indispensabile per un passaggio dalla tradizione all’innovazione, fecondo e passibile di significativi sviluppi. Questo non significa riesumare il passato, passato che fuori da una visione metastorica e idilliaca è carico anche di incognite, di sofferenze, di ritmi al limite della sopportazione, ma significa conoscere e recuperare delle abilità, delle tecniche, delle tipologie da cui partire per una nuova creatività. Non mi addentro in questa sede nella discussione su ciò che è artigianato artistico e ciò che non lo è. Dal mio punto di vista la componente artistica presente ad esempio in una spola di fieno, è molto superiore a quella di certi oggetti intenzionalmente artistici. Voglio dire che un oggetto di tradizione è spesso frutto di scelte anche estetiche, ma contemporaneamente sottintende conoscenze notevoli relative alla qualità del legno, alla sua maneggevolezza, alla durata, alla leggerezza, ecc.

La seconda questione che vorrei sollevare, strettamente legata alla precedente, anche sulla scorta di riflessioni che mi trovo a dover fare come feltrina coinvolta nelle euforie e nelle contraddizioni della Mostra Regionale dell’Artigianato Artistico, è la seguente: che cosa rimane a Cison di Valmarino, così come a Feltre, una volta conclusa questa grande festa di agosto, ricca di proposte e sollecitazioni, a cui il pubblico risponde con sempre maggiore partecipazione? Che cosa accade nella restante parte dell’anno?
Ho letto, nella pagina curata dall’Associazione Artigiani della Marca Trevigiana che si profila l’opportunità, forse anche attraverso aiuti comunitari, di dotare “Artigianato Vivo” di una struttura permanente. Ecco, credo che questa sia la carta da giocare per rendere questo importante appuntamento sempre più radicato nel suo territorio, spazio continuo di sperimentazione, luogo di trasmissione di saperi, insomma grande laboratorio – officina permanente, (nel senso più alto di questi termini) dove nel corso di tutto l’anno si insegni, si impari, si crei, si esperimenti, si produca, nell’ottica di quella auspicata continuità tra passato e presente.

Feltre, 25 maggio 1998
Daniela Perco

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